La carenza di infermieri in Piemonte richiede risposte immediate, ma non può essere affrontata soltanto attraverso il reclutamento all’estero. A sostenerlo è Ivan Bufalo, presidente dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Torino e del Coordinamento degli OPI del Piemonte, che ha partecipato insieme all’assessore regionale alla Sanità Federico Riboldi alle missioni istituzionali in Albania e Uzbekistan.
«La carenza di infermieri è un problema strutturale e ineludibile. Servono misure di lungo periodo capaci di restituire attrattività alla professione: adeguamento delle retribuzioni, percorsi di carriera strutturati, valorizzazione delle competenze cliniche e organizzative e pieno riconoscimento dell’autonomia e delle responsabilità professionali».
Secondo Bufalo, occorre superare una concezione della professione legata prevalentemente alla sicurezza del posto di lavoro, che non risponde più alle aspettative delle nuove generazioni.
«Accanto alle riforme strutturali sono però necessari interventi di breve periodo, capaci di alleggerire la pressione che grava quotidianamente sugli infermieri e sulle organizzazioni sanitarie. Il contributo di professionisti provenienti da altri Paesi può essere utile, purché il reclutamento avvenga in modo etico e nel rispetto delle norme poste a tutela della sicurezza delle cure».
L’esperienza maturata durante le missioni in Albania e Uzbekistan ha permesso di conoscere direttamente i sistemi formativi locali e di impostare percorsi che prevedano il riconoscimento delle competenze e un’adeguata conoscenza della lingua italiana.
«Valutiamo positivamente la scelta della Regione Piemonte di non procedere verso un reclutamento facile e a basso costo, ma di costruire percorsi finalizzati ad avere professionisti competenti, adeguatamente preparati e realmente in grado di rafforzare gli organici del nostro Servizio sanitario».
Il reclutamento internazionale, tuttavia, non sostituisce le politiche necessarie per valorizzare i professionisti già presenti. Per Bufalo è indispensabile intervenire anche sul modo in cui gli infermieri vengono impiegati all’interno delle strutture sanitarie.
«Uno studio commissionato dall’OPI Torino e condotto dall’Università degli Studi di Torino, pubblicato in due articoli scientifici, ha dimostrato che circa il 25 per cento del tempo lavorativo di ogni infermiere viene assorbito da attività non infermieristiche. Non possiamo denunciare la carenza e, contemporaneamente, utilizzare un quarto del loro tempo per mansioni che potrebbero essere svolte da altre figure».
Contrastare la carenza significa quindi anche assumere personale amministrativo e di supporto, liberando gli infermieri dalle incombenze improprie e consentendo loro di dedicarsi pienamente alla pianificazione dell’assistenza e alla qualità e sicurezza delle cure.