Torino, 28 agosto 2026 – «Possiamo discutere di una nomina, dei titoli, dell’esperienza, del curriculum e dell’adeguatezza di un singolo professionista rispetto all’incarico che gli viene affidato. È legittimo e, quando si parla di ruoli pubblici di responsabilità, è persino doveroso. Quello che dobbiamo smettere di fare è trasformare ogni incarico attribuito ad un infermiere in una contrapposizione tra Ordini e tra categorie professionali».
È la posizione espressa da Ivan Bufalo, Presidente OPI Torino, sul dibattito sviluppatosi dopo la nomina di Giovanni Grasso, infermiere e Presidente dell’OPI di Arezzo, a commissario straordinario dell’Agenzia regionale di sanità della Toscana.
Una vicenda che secondo Bufalo ripropone un problema più ampio e già più volte sollevato dagli Ordini infermieristici piemontesi: la difficoltà del sistema pubblico italiano a riconoscere pienamente il valore degli infermieri, riconoscendone la capacità di svolgere incarichi manageriali di alto profilo, senza interpretarlo come una sottrazione di spazi propri di altre categorie.
«Come OPI Torino abbiamo già espresso in più occasioni una posizione molto chiara. Nessuno vuole trasformare gli infermieri in medici, ma non tutto è dei medici. Non possiamo continuare ad accettare che l’affermazione delle competenze infermieristiche venga letta automaticamente come un’invasione di campo degli spazi abitualmente occupati da altre professioni».
Per Bufalo è necessario distinguere la valutazione del singolo professionista dall’appartenenza professionale: «Essere infermiere non può venire implicitamente rappresentato come un elemento di inadeguatezza, così come appartenere a un’altra professione sanitaria non può costituire automaticamente un requisito sufficiente per ricoprire determinati ruoli». È proprio questa, secondo il presidente, la distinzione che il sistema sanitario italiano deve imparare a compiere.
«Per troppo tempo si è ragionato come se determinati ruoli appartenessero per consuetudine a una professione. Ma la sanità è cambiata. Sono cambiati i percorsi universitari, sono cambiate le responsabilità, sono cambiate le organizzazioni e sono cresciute enormemente le competenze delle diverse professioni sanitarie. Continuare ad applicare gli stessi confini culturali di quarant’anni fa a professionisti e organizzazioni profondamente diversi significa non aver compreso l’evoluzione che abbiamo davanti».
Una posizione che OPI Torino sostiene da tempo. Il riconoscimento delle competenze avanzate, delle specializzazioni cliniche, delle responsabilità organizzative e dell’autonomia professionale degli infermieri non rappresenta una sottrazione di ruolo ad altre professioni, ma un’evoluzione necessaria per un Servizio sanitario sempre più complesso.
«Dobbiamo uscire definitivamente dalla logica secondo cui, se cresce una professione, necessariamente deve arretrare un’altra. È una visione vecchia, corporativa e soprattutto inutile per i cittadini. Le diverse professioni sanitarie hanno competenze, percorsi e responsabilità differenti. Possono e devono evolvere senza che questo produca una continua difesa dei rispettivi territori».
Il confronto internazionale, secondo il Presidenti dimostra inoltre che modelli basati su una maggiore autonomia e specializzazione infermieristica sono da tempo realtà consolidate in molti sistemi sanitari.
«Non significa importare automaticamente modelli stranieri, ma avere almeno l’intelligenza di osservarli. In altri Paesi infermieri con formazione avanzata, non necessariamente migliore di quella italiana, già esercitano responsabilità cliniche, organizzative e in alcuni casi prescrittive molto più ampie rispetto all’Italia, senza che questo abbia sottratto ruolo o identità alle altre professioni sanitarie. È semplicemente cresciuta la capacità del sistema di utilizzare meglio le competenze di tutti».
Il tema riguarda anche alcune contraddizioni ancora presenti nel nostro ordinamento.
«Abbiamo costruito un sistema nel quale un cittadino può acquistare autonomamente numerosi farmaci da banco e decidere di assumerli, mentre un professionista sanitario laureato, formato e sottoposto a responsabilità deontologica opera entro limiti di autonomia che in altri Paesi sono stati superati da anni. Sono paradossi sui quali prima o poi dovremo avere il coraggio di interrogarci senza trasformare ogni discussione in una battaglia tra categorie».
Per il presidente di OPI Torino e del Coordinamento degli OPI del Piemonte, il caso toscano dovrebbe quindi rappresentare l’occasione per aprire un confronto diverso. «La questione non è stabilire se Giovanni Grasso debba essere difeso perché infermiere. Non è questo il nostro compito e sarebbe altrettanto corporativo. La questione è pretendere che venga giudicato esattamente come sarebbe giudicato qualsiasi altro professionista: sulla base delle competenze, dell’esperienza e dei risultati. Non sulla base di ciò che storicamente siamo stati abituati a vedere scritto accanto a determinati incarichi. La sanità italiana ha già enormi problemi da affrontare. Carenza di professionisti, cronicità, invecchiamento della popolazione, nuove competenze, sostenibilità del Servizio sanitario. Continuare ad alimentare contrapposizioni tra Ordini e tra categorie significa sprecare energie che dovremmo utilizzare per costruire nuovi modelli organizzativi».
Conclude Bufalo: «Non abbiamo bisogno di difendere territori professionali. Abbiamo bisogno di utilizzare bene le competenze che abbiamo. La vera maturità del sistema arriverà quando vedere un infermiere, un medico o un altro professionista sanitario in un ruolo di responsabilità non farà più notizia per la professione da cui proviene, ma soltanto per ciò che è in grado di fare. Intanto al Presidente Giovanni Grasso va tutto il nostro sostegno e la nostra solidarietà».