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Dall’identità al riconoscimento: l’infermieristica non ha bisogno di celebrazioni, ma di scelte politiche precise.

Dall’identità al riconoscimento: l’infermieristica non ha bisogno di celebrazioni, ma di scelte politiche precise.

Il recente Position Paper intitolato “Building the Architecture of Nursing Professional Identity” e firmato da ben tredici società scientifiche impone una seria riflessione anzitutto interna alla professione infermieristica.

Il Position Paper ha anzitutto il merito di affermare con chiarezza una verità che la professione infermieristica non può più permettersi di lasciare sullo sfondo: l’identità professionale non coincide solo con ciò che gli infermieri dichiarano di essere, ma ancor di più con il valore che riescono concretamente a rendere visibile, riconoscibile e misurabile agli occhi dei cittadini, delle organizzazioni e delle istituzioni.

Per troppo tempo l’infermieristica italiana è stata descritta attraverso una narrazione fatta di pesanti turni di servizio, carenze di personale e attività esecutive. Molto meno attraverso il proprio mandato sociale, le responsabilità assunte, la capacità di ragionamento clinico-assistenziale, le decisioni autonomamente assunte, le competenze esercitate e gli esiti prodotti sulla salute delle persone.

Quando il contributo infermieristico non viene nominato, documentato e attribuito, esso scompare dai sistemi informativi, dagli standard organizzativi, dalla programmazione sanitaria e, inevitabilmente, anche dalle stanze decisionali nelle quali si distribuiscono risorse, responsabilità, livelli di autonomia e riconoscimenti economici.

Da questo punto di vista alcune esperienze significative a cui tendere già esistono. È il caso dell’adozione da parte della Regione Lazio del Professional Assessment Instrument – PAI, basato sulla tassonomia NANDA-I, integrato nella Cartella clinica elettronica regionale e destinato a collegarsi al Fascicolo Sanitario Elettronico del cittadino. Rappresenta un’esperienza di grande interesse politico e professionale. Il sistema permette di strutturare la valutazione infermieristica, documentare diagnosi assistenziali, pianificazione e interventi, rendere tracciabili le decisioni e produrre dati assistenziali comparabili e misurabili.

Non si tratta semplicemente di digitalizzare una documentazione già esistente. Significa far emergere quella parte dell’attività infermieristica che oggi rimane spesso sommersa nelle annotazioni narrative, assorbita dentro categorie generiche o addirittura registrata nei flussi riferiti ad altre professioni.

Il linguaggio infermieristico standardizzato può trasformare l’assistenza da presenza organizzativa silenziosa a valore clinico documentato. Può rendere visibili i bisogni individuati, le decisioni assunte, gli interventi realizzati e gli esiti raggiunti. Può contribuire a misurare la complessità assistenziale e i carichi di lavoro reali, sostenendo una programmazione delle dotazioni professionali fondata sui bisogni delle persone e non soltanto sul mero numero dei posti letto.

Questa è una delle frontiere più importanti dell’autonomia professionale: non basta esercitare competenze; occorre che il sistema sia costruito per riconoscerle, attribuirle e misurarne gli esiti. Non a caso, anche la FNOPI ha indicato l’introduzione di un linguaggio standardizzato e di flussi di rendicontazione degli esiti e dei costi dell’assistenza infermieristica come condizioni necessarie per programmare, monitorare e valutare adeguatamente i percorsi di salute.

Il Position Paper indica poi un’altra direzione decisiva: distinguere la competenza specialistica dalla pratica avanzata, evitando che quest’ultima venga ridotta alla semplice acquisizione di ulteriori tecnicismi o alla delega di attività appartenenti ad altre professioni.

La pratica avanzata deve essere l’evoluzione autentica dell’infermieristica: maggiore profondità del giudizio clinico, capacità decisionale, autonomia, governo dei percorsi, responsabilità sugli esiti e produzione di valore per la persona e per il sistema.

Un’analisi obiettiva della situazione odierna rende necessario esprimere una critica educata, ma molto netta, verso le celebrazioni preventive e incondizionate che hanno accompagnato l’istituzione delle nuove lauree magistrali infermieristiche a indirizzo clinico, come se queste rappresentassero la svolta definitiva capace di rispondere a tutti i mali.

L’avvio dei percorsi nelle cure primarie e di comunità, nell’area neonatale e pediatrica e nelle cure intensive e dell’emergenza costituisce certamente un passaggio importante sul piano accademico. Ma presentarlo automaticamente come la conquista della specializzazione, della carriera clinica e del riconoscimento economico significa confondere un’opportunità formativa con una riforma professionale già compiuta.

Non è sufficiente istituire un corso di laurea per istituire un ruolo.

Non basta attribuire un titolo per riconoscere una funzione.

Non basta formare professionisti avanzati per consentire loro di esercitare una pratica realmente avanzata.

Senza un apparato giuridico forte, senza un campo di esercizio chiaramente definito, senza standard di accreditamento che prevedano la presenza degli infermieri specialisti, senza dotazioni organiche dedicate, senza incarichi coerenti e senza un riconoscimento contrattuale ed economico, queste lauree rischiano di produrre professionisti più qualificati ai quali il sistema continuerà a chiedere di svolgere le medesime attività, nelle medesime condizioni e con il medesimo inquadramento.

Sarebbe l’ennesima distanza tra formazione e lavoro. L’ennesimo titolo accademico non tradotto in responsabilità, carriera e autonomia. In definitiva, l’ennesima beffa per infermieri ai quali si chiede di investire tempo, risorse ed energie nella propria qualificazione, senza garantire che quella qualificazione produca effetti concreti nel sistema professionale.

Il Position Paper stesso avverte che, senza l’allineamento tra formazione, fabbisogni, accreditamento, profili organizzativi e contrattazione, si rischiano “titoli senza ruoli” e aspettative prive di riconoscimento.

Dire questo non significa essere contrari alle nuove lauree. Al contrario, significa prenderle realmente sul serio. Significa pretendere che alla riforma universitaria seguano rapidamente una riforma giuridica, organizzativa e contrattuale. Chi rappresenta la professione ha il dovere di alimentare speranza, ma anche (e soprattutto) di dire la verità e indicare le condizioni necessarie affinché quella speranza non venga tradita.

La comunità professionale deve ora trasformare questa riflessione scientifica in una piattaforma di azione politica. Servono alleanze tra Ordini, società scientifiche, università, rappresentanze sindacali e istituzioni, nel rispetto delle rispettive funzioni, ma dentro una direzione strategica comune.

La questione non è conquistare qualche nuova attività né aggiungere un altro titolo al curriculum. È decidere quale infermieristica vogliamo costruire per il futuro del Servizio Sanitario Nazionale.

Un’infermieristica invisibile continuerà a essere considerata solo un costo.

Un’infermieristica formata, ma giuridicamente disarmata, resterà mortificata e sottoutilizzata.

Un’infermieristica capace di documentare il proprio sapere, esercitare autonomia, misurare gli esiti e ottenere un riconoscimento normativo e contrattuale, diventerà invece ciò che già oggi è: un’infrastruttura fondamentale per la tutela della salute, la sicurezza delle cure e la sostenibilità del sistema pubblico.

È il momento di passare dalla definizione dell’identità alla conquista del suo pieno riconoscimento. Non chiediamo che altri ci concedano nuovi spazi. Chiediamo che venga riconosciuto, regolato, misurato e valorizzato lo spazio che la professione infermieristica già occupa ogni giorno nella vita dei cittadini.

Ivan Bufalo

Presidente OPI Torino